Due post in due settimane… Preoccupante…
Non tanto per il fatto che queste pagine siano aggiornate sempre più raramente, ma perchè ogni qualvolta inizio a scrivere frequentemente è perchè, probabilmente, qualcosa non va o non sta andando esattamente come vorrei e, questo, è effettivamente uno di questi momenti.
Andiamo con ordine però.
Innanzitutto martedì ho fatto il mio primo, primissimo incontro di lavoro.
E’ una esperienza abbastanza straniante in quanto sei tenuto a parlare di te stesso davanti a persone che non ti conoscono minimamente e che sono (teoricamente) addestrate ad ascoltarti nel modo più imperscrutabile possibile: parlare con una statua rende ababstanza l’idea, solo che uno delle risorse umane batte le palpebre… ogni tanto.
La preparazione al colloquio mi ha portato via un intero weekend nel quale, sabato, sono stato scarrozzato in giro per dotarmi di tutti i perfetti ammenicoli del wannabe-businessman: completo, camicia (bandita dal mio guardaroba da qualcosa come dieci abbondanti anni), cravatta, scarpe eleganti (stranamente anche comode), cartella convertibile in tracolla porta-pc, penna stilosa ma non troppo perchè non siamo ancora amministratori delegati; la domenica, invece è stata dedicata ad apprendere la difficile arte dell’annodare la cravatta ma qui, fortunatamente, youtube ha fornito una preziosissima consulenza. Lo sapevate che esiste un determinato nodo per ogni tipologia di cravatta?
Ad ogni modo c’è gente che si spara corsi per affrontare i colloqui di lavoro… Io li ho sempre ritenuti delle cacate abissali, delle fucine di ipocrisia.
Non sono mai stato un leccaculo, non fingerò mai interesse in qualcosa che non me ne da e non esclamerò mai “LAVORARE IN GRUPPO E IL MASSIMO!” se sono circondato da minchioni… Tutte cose che invece questi corsi ti insegnano… Bella roba, se l’economia va dal culo è anche per una fondamentale mancanza di schiettezza a mio avviso… Oltre al fatto che la cravatta se portata troppo a lungo priva il cervello dell’ossigeno necessario a pensare creativamente, Steve Jobs docet.
Comunque, arrivo lì patendo i 30 gradi abbondanti perchè giustamente il primo colloquio della tua vita lo devi fare in un giorno dove la traspirazione della tua pelle è posta davanti alla prova più dura della sua vita e inizi ad invidiare la possibilità delle donne di essere eleganti indossando abiti che hanno lo spessore della carta velina, magari pure scollati in modo da aumentare la dissipazione del calore.
Tu invece indossi la giacca, la camicia e la cravatta che impedisce al calore di fluire naturalmente verso l’alto creando un terribile effetto sauna finlandese.
Entri in questo enorme edificio costruito palesemente durante il ventennio fascista, e inizi a benedire l’aria condizionata perchè in quel momento le donne iniziano a patire il freddo mentre tu sei in una situazione di assoluta stabilità termica.
L’ingresso da sconosciuto in una azienda, è un po’ come entrare in un carcere di massima sicurezza; se questa azienda è una banca, poi, è un po’ come entrare nelle stanze private del Papa.
Alla reception lasci il tuo documento di identità che viene registrato dall’addetto alla sicurezza e sostituito, durante l’intera tua permanenza, da un badge che contiene i tuoi dati e che quando strisci nei tornelli mostra inquietantemente il tuo nome e il tuo cognome.
Ad ogni modo ora siamo dentro, ci fanno accomodare in una sala d’aspetto piccola e arredata con poco gusto dove l’unico giornale disponibile è “L’Avvenire”… Dio che culo, è proprio il caso di dirlo.
Restiamo lì ad aspettare io, Alice (che guarda i gatti… no vabbeh ormai sta battuta è trita) e Donata.
Dopo circa dieci minuti in cui la mia paranoia inizia a farmi pensare che ci stanno già osservando, arriva una ragazza che ci porta verso gli uffici adibiti alla società di consulenza per la quale dovremo lavorare.
Per fare questo, attraversiamo la sala principale della banca che non sembra una banca, sembra una fottuta cattedrale costituita da una enorme sala che si eleva per svariate decine di metri e culmina con una cupola; nulla da dire, durante il ventennio sapevano intimorire con stile… architettonicamente parlando.
Arriviamo agli uffici che tutto hanno che la maestà della sala principale. E’ una piccola stanza open-space che contiene si e no un venticinque persone.
Le due esaminatrici ci fanno accomodare all’unico tavolo presente nella sala (il resto sono scrivanie personali) ma, prima di raggiungerci vengono intercettate da una che pare un capo.
Ha l’aspetto della tipica quarantenne sessualmente frustrata, di quelle che se glielo meni davanti ti prendono e non la smettono finchè non implori perdono e pietà per tutti i tuoi peccati tanto sono a corto di cazzo, sul serio stava davvero messa male tanto era nervosa.
Finito il colloquio con la pazza le due ci raggiungono con i nostri CV in mano e, siccome il mio è il primo decido di ostentare coraggio e di propormi per primo, tanto è un colloquio di gruppo che problema ci sarà…
Gli racconto dei miei trascorsi al liceo, all’uni, al master, perchè ho scelto sto master, cosa insegnano a sto master e blabla normale.
La conversazione prosegue tranquilla sul fatto se io voglia intraprendere un percorso strategico o tecnico (ma la strategia della tecnica non si può vacca ladra?) e poi rimbalza su Alice e Donata.
Tutto liscio.
Arriviamo alla fine e l’esaminatrice esclama “AH! NON HO CHIESTO LA PARTE PIU DIVERTENTE! GLI HOBBY!”
don don doooooooon
Il suono dell’inevitabile. Solo che ancora non lo sapevo.
Intanto mi chiede cos’è il modellismo statico… Cioè… Ma che minchia di domanda è? Secondo te perchè si dice statico? Perchè non si muove no? Vabbeh, spieghiamoglielo con calma senza menzionare bamboline poco vestite con specchi sulle basi che è meglio, la cara vecchia nave fungerà allo scopo.
A lei la cosa sembra piacere tant’è che loda la mia pazienza nel prodigarmi in questo hobby.
Effettivamente se sono un uomo dalla pazienza indistruttibile per quanto in realtà appaia incazzoso, è perchè sono cresciuto costruendo scatole di montaggio e nulla prova la pazienza come la costruzione di un kit di montaggio sia esso un Lego o un Gundam o un esercito di Alti Elfi. Nulla. Punto.
Ma ora arriva la nota dolente: “cos’è questo… T…” “Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu” “eh si, cos’è?”
Ora, una persona sgamata liquidava la cosa con l’appellativo “scherma giapponese” e magari ci faceva una buona figura.
No. Io no. Io le cose le devo spiegare, sempre.
“E’ un’arte marziale giapponese, considerata la più antica arte marziale giapponese tant’è che in patria è ritenuta tesoro nazionale. Sostanzialmente si tratta di tecniche di combattimento con svariate armi da taglio”.
don don dooooooooooon.
La tipa tra il divertito e l’inquietato esclama “OMMIODDIO E PERCHE DOVREMMO ASSUMERTI?! POI CI UCCIDI?” o qualcosa del genere.
Ora.
Io ho subito sdrammatizzato ma, davvero, era necessaria una reazione del genere?
Capisco di non avere sto sviluppatissimo senso dell’umorismo e quindi magari la sua era una reazione assolutamente divertita ma il solo fatto che pratichi un’arte marziale del genere mi deve bollare come maniaco omicida?
Forse se aspettava un’attimo io gli descrivevo anche cosa facciamo negli allenamenti e si capiva che non ci amputiamo reciprocamente arti anche perchè, a questo punto, io non sarei più in vita da molto.
Oggi Silvia, mia dichiarata nemesi del master, mi dice che secondo lei le arti marziali non dovrebbero nemmeno essere menzionati, meglio dire che fai calcetto due volte la settimana con gli amici.
Perchè?
Perchè è uno sport di squadra.
ABBELLA DE NOTTE!!!!
Ma tu lo sai com’è la vita in un dojo? Hai idea dello spirito di squadra e di appartenenza che permea un dojo? Hai idea del fatto che siccome ti alleni con un bastone di legno che può tranquillamente sfondarti la testa ti devi fidare ciecamente (ma non troppo) di quello con cui ti alleni e lui lo stesso?
Fondamento della sbroccata: quanto paga essere se stessi in queste situazioni? La risposta non ce l’ho, probabilmente la troverò al decimo colloquio anche se personalmente preferirei farne MOLTI di meno; quello che so è che trovo riprovevole dover nascondere a una persona che mi chiede i miei hobby e le mie passioni delle cose per risultare socialmente accettabile.
Quanto meno, visto che hai posto la domanda magari fammi finire di spiegare per bene prima di fare gridolini inorriditi.
Entro la prossima settimana avremo i risultati del colloquio, qual’ora non venga preso per questo stage, alla prossima opportunità cercherò di spiegare meglio in cosa consiste la pratica del Katori… Che comunque rimarrà fieramente all’interno del paragrafo degli hobby del mio CV perchè ritengo che essere fedeli a se stessi è la cosa più importante di questo mondo e svilirsi per risultare socialmente accettabili (ma cosa vuol dire poi?) significa tradire i propri ideali senza riceve modete d’argento in cambio.