Un post in due parti

Continuiamo questa cavalcata di aggiornamenti, consci che non durerà per sempre.
Diciamoci la verità, il lavoro del PMO è un lavoro di alti e di bassi, di giornate piene e di giornate incredibilmente vuote a seconda di quale che sia la fase del progetto in corso.
Questa è una delle fasi in cui le mie expertise (ahahahah) non sono particolarmente richieste per cui esco alle 17, faccio i fatti miei su quel poco di internet che riesco a browsare da questa LAN bloccatissima (almeno i forum su warhammer potevate lasciarmeli, stronzi), specialmente i siti dei quotidiani.

Ah, dimenticavo, questo sarà un post in due parti: la prima parte parlerà di una cosa che ho letto pochi minuti fa e mi ha lasciato basito, la seconda è il solito noiosissimo post sull’avvendo della Tavola della Legge da ieri nota come iPad… Mancava solo la buon anima di Charlton Heston vestito da Mosè ieri, davvero.

Torniamo alla prima parte.
Come stavo dicendo, pochi minuti fa (anche se quando leggerete questo post sarà sicuramente sera tarda perchè non riesco a fare l’upload delle immagini da qua) sono tornato alla lettura di uno dei miei trafiletti preferiti: il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa.
Per moltissimo tempo è stata l’unica parte di un quotidiano che abbia mai letto, la sua abilità di dare in pochissime righe e con un cipiglio sempre fresco e ironico importanti riflessioni sull’attualità è una dote davvero rara.
Molti lo imitano, nessuno ci riesce.
Fattostà che oggi leggevo un paio di trafiletti con gran gusto rimembrano gli antichi fasti di quando dirigevo la redazione del giornalino del liceo e passavo il tempo a prendere il sole in cortile quando ho letto questo articolo che mi ha lasciato basito.
Non lo commento in modo approfondito perchè si commenta da se (inoltre io il libro non l’ho mai letto, cough): una fotografia a colori di quanto siamo diventati ignobilmente perbenisti, ipocriti e bigotti.

Il divano di Anna Frank

Un parlamentare della Lega ha chiesto al ministro Gelmini di scoraggiare la lettura nelle scuole della versione integrale del «Diario di Anna Frank», dato che in una pagina del testo la protagonista «descrive in modo minuzioso e approfondito le proprie parti intime, suscitando inevitabile turbamento». Francamente di quel libro sono sempre state altre cose a turbarmi: per esempio il razzismo, per esempio i nazisti. Certo non la scoperta della propria sessualità da parte di un’adolescente.

Ma non voglio farne colpa all’onorevole Grimoldi o ai genitori degli allievi della scuola elementare di Usmate Velate, in provincia di Monza, che gli avrebbero segnalato il gravissimo caso. Sono vittime anch’essi di quella incapacità di cogliere il senso complessivo di un evento o di un’opera, arrestandosi davanti al particolare scabroso o semplicemente irrituale, che chiamerei la sindrome del divano. Il divano è la normalità, il simbolo di un’esistenza tranquilla da abitare in tinello, dopo avere chiuso la porta a doppia mandata. La tv fa parte dello stesso tinello in cui si trova il divano: la sua volgarità è rassicurante, indigna e spaventa di meno.

A indignare e spaventare sono la diversità, l’originalità, l’imprevisto: tutto ciò che distrae dalle certezze sedimentate e perciò va rifiutato e rimosso. Gli occhiali che si indossano davanti al divano assomigliano alle lenti dei microscopi: magari di un capolavoro non afferreranno l’essenza, ma ne coglieranno sempre la riga fuori posto.

E ora passiamo al giorno dell’avvento, che da ieri non è più l’8 di Dicembre ma il 27 di Gennaio, perchè Egli giunse, e rivelò al mondo La Tavola.

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Sceneggiata Napoletana

No, non mi sto riferendo all’omonimo pornazzo con Selen, sto parlando del teatrino che in questi giorni sta coinvolgendo il mercato dell’automobile in Italia.
C’è poco da fare, siamo a uno stallo: Marchionne minaccia di chiudere la maggior parte degli stabilimenti italiani perchè inefficenti, perchè produrre le macchine in Polonia, persino in Messico, secondo l’italo-canadese, e commercializzarle in Italia, costa meno che produrle in Sicilia (magia delle economie di scala!), mandando culo a terra qualche decina di migliaia di famiglie, dall’altra il governo aumenta la stretta sui testicoli del gruppo torinese minacciando di ritirare la seconda ondata di incentivi, trascinando ulteriormente nel baratro le vendite automobilistiche.
Oggi FIAT Group ha annunciato lo stop di tutti gli stabilimenti fino a Marzo a causa del crollo degli ordinativi che rende inutile proseguire nella produzione di altri modelli, nel frattempo, in tv ci martellano con l’edizione Nine della MiTo propinandoci il solito stereotipo dell’italiano mediterraneo ardente amatore pizza e mandolino unito a un auto che vale meno di quello che effettivamente costa; semplicemente irritante.
La situazione in tutto questo è quantomai controversa in quanto non vanno considerati unicamente gli stabilimenti di assemblaggio delle macchine, ma anche l’intero indotto, in quanto se si fermano le catene di montaggio si fermano anche le piccole aziende che producono tutte le componenti della macchina, dagli specchietti ai fanali.
E’ quindi auspicabile imporre le regole del libero mercato a FIAT, condannandola sulla via del risanamento più rapido e più facile, ovvero il trasferimento oltre oceano dove potrà sfruttare le fabbriche Chrysler e sfruttare la bolla verde introducendo in america il concetto di city car?
Se possedete un cospicuo numero di azioni FIAT la risposta è si.
Assecondando le mire espansionistiche ed efficientiste (e a mio avviso anche un tantino deliranti) di Marchionne, FIAT nel giro di qualche anno vedrebbe quasi sicuramente una nuova giovinezza collocandosi fermamente nel segmento medio-basso dove propone macchine tuttosommato affidabili, con ottimi motori (montati per altro su molti altri marchi concorrenti ma non ditelo in giro!) a prezzi accesibili (gamma Punto su tutte) mandando però al creatore altri marchi storici come Lancia, dove dopo l’uscita della nuova Delta (ma non potevano chiamarla diversamente? Dov’è la Delta in quella macchina?) non sono più stati fatti investimenti e solo ora, dopo l’operazione Chrysler, si sta vociferando di una berlinona di rappresentanza che potrebbe essere prodotta con il marchio sciccoso del gruppo.
Ma forse no.
Perchè in FIAT non c’è solo Lancia a fare la parte del terzo incomodo c’è anche un marchio dotato di grande forza, soprattutto oltre oceano dove gode di un fandom indiscutibile e una larga base di nostalgici nel Bel Paese: sto parlando di Alfa Romeo.
Il marchio, un tempo sinonimo di sportività e tamarrume, ora è sinonimo di inaffidabilità e problemi meccanici, e non basta l’iniezione di stile che è stata infusa nel nuovo corso aperto dalla MiTo e che verrà proseguito dalla futura Giulietta (anche qua, ma che c’azzecca? Va bene fare le operazioni nostalgia ma potrebbero scegliere meglio), l’acquisto di un’Alfa, se non si è nostalgici è un acquisto da fare con la mano ben ferma sulle palle sperando che non ti si rompa il cambio dopo 50000 chilometri o dio solo sa cosa.
Anche qua l’operazione Chrysler e la sua applicazione futura pedissequa potrebbe salvare sulal carta il marchio del biscione proponendo modelli nuovi su pianale Chrysler assemblati oltreoceano e dallo spiccato cipiglio sportivo mentre ora non sono ne più ne meno che delle FIAT taroccate.
Ma il fio da pagare? Ovviamente la chiusura degli stabilimenti storici, quelli di Arese (dove rimane ben poco) su tutti e un futuro dove il biscione non sarebbe ne più ne meno che un simbolo.
E’ successo a Lamborghini dopo l’acquisizione da parte di Volkswagen è, bisogna dirlo, ha funzionato, ma parliamo di altri segmenti, difficilmente vedremo più una Alfa a trazione posteriore per molto molto molto tempo. Diciamo pure mai.
Però i conti sarebbero salvi e comprare azioni FIAT oggi potrebbe significare, tra cinque anni, trovarsi con un bel plusvalore in portafoglio, un plusvalore costruitò però sulla disgrazia di decine di migliaia di famiglie.
Ritorniamo al che fare dunque…
Sicuramente il mantenimento degli stabilimenti in patria è oltremodo oneroso e l’attuale congiuntura economica non aiuta in un mercato già saturo come quello dell’auto dove le automobili vengono vendute a botte di incentivi governativi che ormai hanno assuefatto la popolazione che senza l’incentivo non compra.
Incentivi che comunque gravano sulle spalle dei contribuenti in ultima istanza, e non tutti i contribuenti interessa comprare FIAT, tipo me, prima di comprare una FIAT ne dovrà passare di acqua sotto i ponti e la prova ne è stata questa estate.
Prendiamo la FIAT Bravo: punta di diamante del segmento medio.
Ci sono salito, ho toccato i materiali, giocato con il cruscotto.
La sensazione è quella di una macchina costruita per apparire, non per essere, e in questo senso il Be Italian tanto urlato in queste settimane c’è tutto: le plastiche sembrano quelle dei Gundam che ho in casa, il picchiettare sulla plancia produce un tac che sa di risparmio anzichè un toc bello pieno che fa pensare solidità e qualità, il tutto a fronte di un prezzo che gravita tra i 18000 e i 20000 euro per gli allestimenti più corposi.
Saliamo sulla Civic (anche se avrei preferito compararla a una Auris, che però non ho provato) e, a fronte di una spesa simile, sembra di essere su un altro pianeta: le plastiche sono belle piene e foderate, il volante ti da il feeling di essere su una macchina di alta gamma e non su una utilitaria, il cambio si innesta con sicurezza e, per Dio, ho pure la pedaliera in alluminio che accontenta il tamarro che è in me.
E potremmo fare lo stesso discorso sulla MiTo che costa anche più della Bravo, e non provino a giustificarmela perchè c’ha il cuore sportivo e il manettino di derivazione Ferrari (ahahahahahahaah) che rimappa la centralina, quello è solo un giocattolo per sgasare al semaforo ammiccando alle tipe.
In sintesi far gravare la ristrutturazione della FIAT, a queste condizioni, sulle spalle dei contribuenti è una scelta che io personalmente non condivido, già che ci siamo perchè non calmieriamo le importazioni come fece l’america per salvare il suo indotto automobilistico negli anni 70 quando sbarcarono sul loro mercato le giapponesi mi chiedo…
Forse, se Marchionne capisse che FIAT non ha solo responsabilità economiche, ma anche tremende responsabilità sociali, si potrebbe parlare di riconversione e perchè no, anche di ridimensionamento del gruppo: dopotutto la Bravo e la futura Giulietta sono prodotti che si cannibalizzano tra di loro, perchè non cedere Alfa Romeo a qualche investitore straniero che restituisca al biscione la sua raison d’etre?
Un gruppo meno monolitico sarebbe anche più snello e si potrebbe contemporaneamente parlare di riconversione degli stabilimenti italiani secondo logiche di efficientamento e contenimento dei costi, va bene che l’operaio italiano costa di più, ma se la linea stessa non permette di generare volumi sostenibili è chiaro che alla lunga il costo fisso della mano d’opera si impenna.
Con soli due marchi popolari (lasciamo perdere Ferrari e Maserati), FIAT potrebbe mettere sotto il suo marchio il segmento popolare di fascia medio-bassa e restituire a Lancia il suo posto nel segmento medio-alto ridandole quella berlina di rappresentaza che attualmente manca (la Delta Executive come concetto fa ridere) e rivaleggiando sul segmento C con marchi come Mini.
Chiaro che una scelta simile si porrebbe in aperto contrasto con gli attuali trend che vedono il mercato globale dell’auto tendere all’accentramento verso tre titanici gruppi che gestiscono una moltitudine di marchi, oltre il fatto che gli azionisti non sarebbero molto contenti.
Che fare dunque? Torniamo sempre qua.
Forse per FIAT in Italia è ormai troppo tardi, un po’ come per Alitalia, forse il Marchionne sarebbe dovuto arrivare dieci anni prima, forse non sarebbe dovuto proprio arrivare e sarebbe stato memglio smembrare l’impero del Lingotto.
La risposta giusta è quantomai difficile da dare e, temo, non esista.

Just my two cents

Il ritorno dei bamboccioni

Niente da fare, la politica, come l’internet, è fatta di meme, e come ogni meme serio, non muore mai.
Smaltita l’ubriacatura mediatica dell’aggressione al Silvio nazionale, smaltito il periodo di falsa concordia e volemosse bbbene, tutto quello che rimane è sempre il solito fondo incrostato sul pentolone della politica italiana.
Certo, c’è il ribaltone storico della figura di Craxi oggi a tenere le scene, c’è il principio di insanabile spaccatura definitiva tra Fini e Silvio che sempre più acquisisce le dimensioni delle romane Idi di Marzo, ma sono cose di cui non mi interessa parlare.
La prima perchè non ho vissuto il periodo e, da bravo studente italiano, ignoro qualsiasi cosa successa dopo la Seconda Guerra Mondiale in quanto abbiamo perso troppo tempo dietro antichi egizi, etruschi e cazzi e mazzi di cui non fotte una sega a nessuno, forse, si perdesse tempo a scuola a parlare di fatti più recenti si assistirebbe a una rinascita della coscienza politica nelle giovani generazioni ma mi rendo conto di quanto sia difficile parlare in tono oggettivo di fatti ancora così freschi e di professori che fanno propaganda, sinceramente, ce ne sono già troppi così com’è.
Circa la seconda questione non ho voglia di parlare perchè tanto sarebbe come parlare della trama di Beautiful.
Cosa rimane? Rimangono i deliri dello hobbit, un poveretto ormai ebbro di potere che, sebbene abbia un compito davvero nobile e nel quale stia ottenendo risultati interessanti e abbia idee che condivido, spesso, forse per abuso di sostanze psicotrope, forse semplicemente perchè le telecamere gli danno alla testa, fa delle sparate degne del peggior avventore del Bar Sport.
L’ultima sparata, come mi auguro chi legge queste pagine sia a conoscenza, riguarda il meme dei bamboccioni, ormai lontano ricordo dell’agonizzante governo Prodi, Dio lo abbia in gloria e soprattutto se lo tenga.
Una legge per mandare fuori di casa i ciovani a 18 anni.
Ora, già da una sparata del genere, si capisce il calibro della sanità mentale dell’uomo in questione.
Se il ciovane in questione a 18 anni abita ad esempio a Milano e vuole studiare, giustamente, a Milano perchè ci sono ottime università, cosa fa? I genitori gli comprano la casa? Se la compra? Gliene affittano una? Se ne prende una in affitto lavorando la notte come barman?
Il time paradox è quantomai evidente.
Generalizziamo però il discorso grattando al di sotto delle parole di una persona che non è chiaramente avvezza a parlare a un pubblico diverso da un branco di studenti universitari terrorizzati dal suo divino potere di professore ordinario (o associato o salcazzo).
Che in Italia ci sia una anomalia, per altro condivisa in altre culture pare, ad esempio quella cinese (sorpresa!), è lapalissiano se comparato ad altre nazioni europee, nessuno lo mette in dubbio, vivere in casa dei propri genitori facendosi mantenere a improbabili corsi di studio o facendo un lavoretto lì e un lavoretto là per pagarsi i pantaloni di Cavalli da mettersi il sabato sera al The Club è indegno e chiunque lo fa dovrebbe farsi un serio esame di coscienza.
Dall’altro peso della bilancia va posto però che in alcune città prendere una casa in affitto è una impresa titanica e ultimamente il lavoro non viene dato a mo di frumentationes.
Che fare dunque?
Il problema, come è ovvio, non è di facile soluzione ma voglio porre comunque una provocatoria riflessione.
La casa di famiglia, il suo ambiente, ci fanno sentire al sicuro, sicuramente nessuno di noi vive in brutte case e ha, più o meno ogni proprio bisogno soddisfatto.
Abbandonare il nido chiaramente significa rinunciare a queste comodità, traducendosi, in termini di psicologia sociale, in una regressione sulla scala dei bisogni di maslowiana memoria ed è una cosa che va QUASI contro il proprio istinto naturare di autoconservazione, dopotutto viviamo in una società emancipata, i genitori non sono i dittatori di una volta e l’unico inconveniente di vivere a casa dei genitori oltre una certa età è che la tua ragazza non deve fare la scimmia urlatrice mentre la trombi (ma anche qua io mi vergognerei a chiavare con i miei che dormono nella stessa casa).
Insomma, diciamocelo, ci piace vivere comodi, nessuno lo neghi, costringersi all’emancipazione anche sfidando l’indigenza economica vorrebbe dire lasciare la propria cameretta per probabilmente un fetido monolocale in qualche zona periferica o frazione o paese lontano dalla grande città che ci costringerebbe a lunghi tempi di commutazione con tutti i problemi che il pendolarismo cela.
Quanti di voi lo farebbero avessero la scelta? Io no, infatti la mia prima casa a Milano era a 10 minuti a piedi dall’università, e spostandomi fuori ero comunque sulle due principali linee di superfice verso il centro e con la seconda più grande metropolitana della città sotto casa.
Questo mi è stato permesso perchè i miei genitori hanno coperto completamente tutte le mie spese anche oltre ciò che era lecito aspettarsi e richiedere, ma il fatto che io abbia vissuto in una città lontana (nemmeno troppo) dalla mia città natale, in una casa diversa dalla mia casa natale però pagata completamente dai miei genitori (quindi, de facto, una depandance privata della mia residenza eporediese) mi rende meno bamboccione di un trentenne che lavora ma vive a casa dei genitori perchè non ha voglia di trasferirsi nel lontano paesello di provincia dove potrà pagarsi un modesto alloggio?
La risposta non è affatto semplice e il rischio di generalizzare, come abbiamo visto, è altissimo, presente e palpabile, sicuramente un passo importante verso l’abbattimento del problema dei bamboccioni è la creazione di infrastrutture e di un clima sociale che attenui l’inevitabile retrocessione sulla suddetta scala.

Just my two cents

L’Angolo del Videogiocatore – Final Fantasy XIII

Quando ormai sei consapevole che stai giocando la stessa cosa da dieci anni.
Quando tutte le speranze di avere qualcosa di anche solo vagamente diverso dal solito vacillano
Quando attendi Mass Effect 2 con più impazienza di qualsiasi cosa prodotta nel Sol Levante…

…Sai che, alla fine, di Final Fantasy puoi sempre fidarti.
Perchè Final Fantasy è Final Fantasy.

In Padova

La postazione di comando in trasferta

La nuova postazione di comando temporanea

Con oggi si conclude la prima settimana padovana e si segna il mio effettivo ritorno a una vita virtuale regolare.
Devo dire che il cambio è stato piuttosto duro anche per me che ho fatto dell’improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo un po’ la mia ragione di vita.

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ULTRACIDIO!

No beh il titolo è veramente esagerato, però sinceramente sento che Qualcuno ha preso da due giorni a questa parte la mia vita e l’ha rivoltata come un calzino, odio il fatto di come abbia questa tendenza da molti anni a questa parte: possono passare mesi e mesi di assoluto, totale, NULLA e poi accedere una orgia violenta di eventi, generalmente più o meno gradevoli, tutti condensati in una settimana o due… O tre; davvero, è fastidioso, molto.
Iniziamo dal piatto forte.
ALMENO fino a Marzo mi trasferisco.
A Padova.
Io nemmeno sapevo dov’era Padova fino a ieri…

Uno quando è ai primi colloqui e vuole fare il galletto ruspante subito da disponibilità a spostarsi in culo all’universo perchè fa figo, perchè le esperienze in luoghi nuovi sono stimolanti, perchè speri di dare la svolta a tutto, poi la svolta arriva e ti fai 2+2.
Padova – Ivrea e ritorno sono in tutto sette ore di macchina, alle quali si aggiungono ovviamente i costi di benzina e autostrada. Farlo tutti i weekend è improbo, e farlo anche una volta si e una no è improbo quindi per cui la mia presenza in Canavese si azzererà o quasi, direi che una volta al mese se po’ fa, salvo-necessità-impellenti-che-spero-non-si-verifichino-ma-non-si-sa-mai-di-questi-tempi.
Poi ti rendi conto che devi mollare anche con il Katori e questo ti fa girare le palle perchè anche se ultimamente in palestra ci andavo si e no due volte al mese io al dojo e tutti i miei compagni di pratica ci tengo moltissimo e anche questo viene messo on-hiatus fino a che non capirò se al termine dei tre mesi ritornerò a Milano oppure no.
Poi ti rendi conto che sono finite le fumate di pipa in galleria davanti a Noli; e questo ti fa girare le palle ancora di più perchè ormai La Compagnia del Fornello la vedevo si e no una volta al mese a causa dell’esilio a Cesano Frescone.
Poi ti rendi conto che l’alternativa era fare il pendolare su Brescia e allora ti senti LEGGERMENTE meglio all’idea che comunque la casa a Padova sarà completamente a carico dell’azienda.
Poi però ti ricordi di tutto quello che mollerai e tornano a girarti.
Poi però ti rendi conto che andrai a lavorare in una aziendina mica da ridereT di quelle che poi, in futuro, quando potrai scrivere che sei stato PMO di loro, con quello che fanno e per chi lo fanno, puoi veramente fare l’espressione cool e dire “guardate che avete davanti un figo” (questo se non mi licenziano entro il primo mese).
Poi però ti ricordi che l’assegnazione presso di loro è previo colloquio, quindi sei lì che dici “minchia venerdì faccio toccata e fuga a Padova, se mi prendono mi trasferisco, se non mi prendo non mi trasferisco, il che potrebbe essere bene restare a Milano ma iniziare l’attività del collaboratore freelance con una bocciatura sarebbe MALE quindi CAZZOFACCIO?”

Insomma, per la prima volta, davvero, sono al centro di una secumena di cambiamenti continui, incertezze e sbalzi d’umore che sembra che c’ho la sindrome premestruale, davvero, non so che cazzo fare, domani è mercoledì, l’Epifania, e grazie mille befana che voglio dormire, sperando non arrivi Filippo di colpo tipo alle 7 di mattina perchè arriva con la corriera.
Giovedì ultimo giorno di training autogeno intensivo da PMO (mamma mia quanto pane c’è da macinare, il master ha a malapena grattato la superficie) con Mr. Sono un Duro Ma in Realtà No (però c’ha veramente le palle quadre) e poi si lanciano i dadi.

Speriamo non siano truccati, in culo ad Einstein.

Eppi nu ir(?)!

Luci e ombre di un capodanno fantastico

Ritorniamo su queste pagine dopo un mese poco più di due settimane eppure mi sembra che siano passati mesi e giuro l’avrei scritto se non mi fosse venuto lo scrupolo di controllare la data dell’ultimo aggiornamento; sarà che sono successe un casino di cose.
Eravamo rimasti con il sottoscritto intrappolato in uno stage tedioso in una azienda male organizzata con per le mani un progetto che non era chiaramente in grado di gestire, trascorrendo le giornate nella completa nullafacenza facendo attenzione a non sembrare nullafacente agli occhi del capoufficio, una cosa che più mortificante di così si muore, giuro.
Aggiungiamo il trasferimento alla sede di Cesano Boscone, un paese gestito da due lobby: da una parte i meccanici e dall’altra i panettieri, davvero, non ho mai visto così tanti meccanici e panettieri ammassati in un unico paese… Pazzesco.
In queste due settimane avrei voluto scrivere un casino di cose: un posto di coscienza sociale sulle reazioni a proposito del cosiddetto attentato al Silvio nazionale, pareri in libertà assolutamente non richiesti su altre cose che non mi vengono in mente tra cui un altro post sulla decadenza del videoludo nippone e sul mio solito shopping compulsivo (ma più morigerato dell’altr’anno perchè, si sa, siamo in periodo di crisi ed è bene non contrariare troppo i poveretti dell’ISTAT, ci pensano già gli altri milioni di italiani che raziavano letteralmente FNAC)
Non ho fatto nulla di tutto questo, evidentemente quando ragiono troppo su un post finisco sempre per non scriverlo, che cosa buffa.
E così ci troviamo a girare l’ennesima pagina dell’anno.
2010, Odissea Due aggiungerebbe il compianto Clarke.
Se vogliamo tirare come sempre le somme, come per il 2008, direi che il 2009 ha avuto un andamento piuttosto piatto con solo due picchi notevoli da segnalare alla fine, diciamo una specie di retta tendente al rialzo, il che è bene ma si può far di meglio.
Ci siamo laurerati, ci siamo masterizzati, ci siamo trovati un lavoro dal quale ci siamo licenziati, ci siamo trovati un nuovo lavoro, ci siamo… no, non è successo… Ancora :3
COMUNQUE
Si, direi che possiamo iniziare a parlare del cambio di lavoro, sicuramente il primo importantissimo evento di fine anno.
Era una fredda mattinata del 18 di Dicembre quando, un ninj4 alle sue prime grandi ferie, ormai stanco del suo mortificante lavoro, riceve su Skype un messaggio che Grande Capo MASI cercava nuovi adepti per la sua ristrettissima (?) cerchia.
Passai la mattinata ad aspettare la sua chiamata, provando ogni tanto a contattarlo, improvvisamente, mentre stavo uscendo dal cesso, ecco il cellulare che inizia a trillare.
Il Grande Capo MASI usa la sua solita metafora “dobbiamo scambiare quattro chiacchiere” conoscendo la mia situazione di lavoratore infelice e grazie a una discreta attività di sponsorship da parte del buon Bandeling, mi fissa un appuntamento con la responsabile risorse umane della sua società… Sua moglie, che mi chiama un’oretta dopo fissando l’appuntamento a lunedì mattina.
Purrrfect.
Il lunedì attraverso una Milano flagellata dal gelo fino ad arrivare al suo quartier generale dove attendo per oltre mezz’ora… Ah, la canonica incapacità dei milanesi di contrastare qualsiasi avversa condizione meteo… Ad ogni modo il colloquio si svolge tranquillamente e con cordialità anche se devo ammettere le persone che vogliono che gli si dia subito del “tu” non so perchè, mi mettono a disagio.
Dopo una mezz’ora di colloquio appare anche il Grande Capo MASI che si aggiunge a sua moglie dopo una telefonata minacciosa all’installatore dei climatizzatori perchè tanto “Marco è di casa”, ah beh, incoraggiante.
Stringendo, dopo un’ora e mezza di colloquio finalmente ho in mano la proposta formale di lavoro che, devo dire, è eccellente come inizio e si spera possa migliorare con il tempo sebbene continui a sentire quella sensazione di “sbagliato” sotto sotto ad averla accettata, e non è per il fatto che figurerò come collaboratore libero professionista (quindi tutte le problematiche legate alla partita iva) ma che, voglia mai il cielo, qualcosa andasse storto, sganciarsi da una persona che è stata tuo professore per due anni e tuo relatore di tesi non è così facile come scaricare sti sfigati qua che mi avevano assunto, inoltre, il suo modo di fare (lui dice “concreto” io dico “da venditore di pentole”) ogni tanto mi lascia perplesso, spero comunque di avere una profiqua esperienza lavorativa altamente formativa visto che si tratta di lavorare come suo consulente in posticini quali Che Banca! o UBI Banca… Questo però non lo potremo sapere fino a dopo la befana, per ora domani avremo solo un pomeriggio introduttivo con quello che pare essere il mio diretto superiore e bona lì.
Del vecchio lavoro mi mancheranno però la possibilità di vestirmi come cazzo volevo (non puoi lavorare nella branca consumer di Mediobanca in maglietta girocollo e maglione purtroppo) e comunque le splendide persone che ho avuto la fortuna di incontrare: il Nerdgruppo di Test, Il Lino, Giorgio… Auguro a loro tutto il meglio possibile (il che vuol dire trovarsi una azienda migliore perchè sono SPRECATI li dentro) e che sto New Age veda finalmente la luce prima che DS vada dal culo, davvero, mi mancheranno un casino, uff.
Chiusa la parentesi sulle mie sorti lavorative che si sperano in ascesa da ora in avanti (alla facciazza della crisi trovare due lavori in quattro mesi), passiamo al resto.
Si è consumato anche quest’anno il rituale rituale di capodanno raggiungendo la cifra record di 37 persone alla facciazza di chi ci vuole male.
Ok non sono tutte della nostra elitaria cerchia però quest’anno la Bob House stava davvero esplodendo.
Devo dire che nonostante non conoscessi la metà delle persone, e di queste persone ricordo solo il nome di due o tre, mi sono divertito davvero tantissimo.
Sarà che eravamo in troppi per congelarci davanti a un PC a vedere video scemi su youtube, ma mi sono divertito davvero tanto però… c’è un però.
“A 25 anni puoi scegliere se invecchiare o restare giovane”, maledetto Jack, queste parole mi perseguiteranno.
Non sono mai stato molto giovanile ma, cazzo, dopo due tortine e una fetta di casatiello ero pieno e abbotato, e la mia voglia di bere si è esaurita dopo due bottigliette di Urquell, non ho nemmeno toccato le mie due caraffe di Insalatiera e non ho nemmeno preparato la Pinassa! Cazzo! Mi facio schifo da solo.
A parziale giustificazione di tutto c’è da dire che sono raffreddato marcio e c’è la possibilità che stessi già covando qualcosa che le poco ospitali condizioni climatiche della Bob House hanno fatto germogliare proprio nel momento meno opportuno, non ho provato nemmeno le lasagne al radicchio ;_; ho giusto mangiato le tradizionali lenticchie dopo la mezzanotte MA NON AVEVO VOGLIA DI CUCINARE IL COTECHINO!
L’anno prossimo sarà la prova del nove, se si ripete una simile vergogna gastronomica dichiarerò concluso ogni tentativo di conservare una parvenza di ggggioventù ingrigendomi istantaneamente, fino ad allora conserverò un ragionevole dubbio.
In ogni caso doppio pollice alzato per Bob e la sua compagnia!
Non penso ci sia molto altro da raccontare per ora, facile che comunque aggiornerò nei prossimi giorni giacchè se ne prevedono delle belle, volevo non caricarmi troppo per sto nuovo lavoro, e il raffreddore mi aiuta, ma temo di essere un inguaribile entusiasta della novità… Speriamo l’esperienza questa volta tenga fede alle aspettative!