Il ritorno dei bamboccioni

Niente da fare, la politica, come l’internet, è fatta di meme, e come ogni meme serio, non muore mai.
Smaltita l’ubriacatura mediatica dell’aggressione al Silvio nazionale, smaltito il periodo di falsa concordia e volemosse bbbene, tutto quello che rimane è sempre il solito fondo incrostato sul pentolone della politica italiana.
Certo, c’è il ribaltone storico della figura di Craxi oggi a tenere le scene, c’è il principio di insanabile spaccatura definitiva tra Fini e Silvio che sempre più acquisisce le dimensioni delle romane Idi di Marzo, ma sono cose di cui non mi interessa parlare.
La prima perchè non ho vissuto il periodo e, da bravo studente italiano, ignoro qualsiasi cosa successa dopo la Seconda Guerra Mondiale in quanto abbiamo perso troppo tempo dietro antichi egizi, etruschi e cazzi e mazzi di cui non fotte una sega a nessuno, forse, si perdesse tempo a scuola a parlare di fatti più recenti si assistirebbe a una rinascita della coscienza politica nelle giovani generazioni ma mi rendo conto di quanto sia difficile parlare in tono oggettivo di fatti ancora così freschi e di professori che fanno propaganda, sinceramente, ce ne sono già troppi così com’è.
Circa la seconda questione non ho voglia di parlare perchè tanto sarebbe come parlare della trama di Beautiful.
Cosa rimane? Rimangono i deliri dello hobbit, un poveretto ormai ebbro di potere che, sebbene abbia un compito davvero nobile e nel quale stia ottenendo risultati interessanti e abbia idee che condivido, spesso, forse per abuso di sostanze psicotrope, forse semplicemente perchè le telecamere gli danno alla testa, fa delle sparate degne del peggior avventore del Bar Sport.
L’ultima sparata, come mi auguro chi legge queste pagine sia a conoscenza, riguarda il meme dei bamboccioni, ormai lontano ricordo dell’agonizzante governo Prodi, Dio lo abbia in gloria e soprattutto se lo tenga.
Una legge per mandare fuori di casa i ciovani a 18 anni.
Ora, già da una sparata del genere, si capisce il calibro della sanità mentale dell’uomo in questione.
Se il ciovane in questione a 18 anni abita ad esempio a Milano e vuole studiare, giustamente, a Milano perchè ci sono ottime università, cosa fa? I genitori gli comprano la casa? Se la compra? Gliene affittano una? Se ne prende una in affitto lavorando la notte come barman?
Il time paradox è quantomai evidente.
Generalizziamo però il discorso grattando al di sotto delle parole di una persona che non è chiaramente avvezza a parlare a un pubblico diverso da un branco di studenti universitari terrorizzati dal suo divino potere di professore ordinario (o associato o salcazzo).
Che in Italia ci sia una anomalia, per altro condivisa in altre culture pare, ad esempio quella cinese (sorpresa!), è lapalissiano se comparato ad altre nazioni europee, nessuno lo mette in dubbio, vivere in casa dei propri genitori facendosi mantenere a improbabili corsi di studio o facendo un lavoretto lì e un lavoretto là per pagarsi i pantaloni di Cavalli da mettersi il sabato sera al The Club è indegno e chiunque lo fa dovrebbe farsi un serio esame di coscienza.
Dall’altro peso della bilancia va posto però che in alcune città prendere una casa in affitto è una impresa titanica e ultimamente il lavoro non viene dato a mo di frumentationes.
Che fare dunque?
Il problema, come è ovvio, non è di facile soluzione ma voglio porre comunque una provocatoria riflessione.
La casa di famiglia, il suo ambiente, ci fanno sentire al sicuro, sicuramente nessuno di noi vive in brutte case e ha, più o meno ogni proprio bisogno soddisfatto.
Abbandonare il nido chiaramente significa rinunciare a queste comodità, traducendosi, in termini di psicologia sociale, in una regressione sulla scala dei bisogni di maslowiana memoria ed è una cosa che va QUASI contro il proprio istinto naturare di autoconservazione, dopotutto viviamo in una società emancipata, i genitori non sono i dittatori di una volta e l’unico inconveniente di vivere a casa dei genitori oltre una certa età è che la tua ragazza non deve fare la scimmia urlatrice mentre la trombi (ma anche qua io mi vergognerei a chiavare con i miei che dormono nella stessa casa).
Insomma, diciamocelo, ci piace vivere comodi, nessuno lo neghi, costringersi all’emancipazione anche sfidando l’indigenza economica vorrebbe dire lasciare la propria cameretta per probabilmente un fetido monolocale in qualche zona periferica o frazione o paese lontano dalla grande città che ci costringerebbe a lunghi tempi di commutazione con tutti i problemi che il pendolarismo cela.
Quanti di voi lo farebbero avessero la scelta? Io no, infatti la mia prima casa a Milano era a 10 minuti a piedi dall’università, e spostandomi fuori ero comunque sulle due principali linee di superfice verso il centro e con la seconda più grande metropolitana della città sotto casa.
Questo mi è stato permesso perchè i miei genitori hanno coperto completamente tutte le mie spese anche oltre ciò che era lecito aspettarsi e richiedere, ma il fatto che io abbia vissuto in una città lontana (nemmeno troppo) dalla mia città natale, in una casa diversa dalla mia casa natale però pagata completamente dai miei genitori (quindi, de facto, una depandance privata della mia residenza eporediese) mi rende meno bamboccione di un trentenne che lavora ma vive a casa dei genitori perchè non ha voglia di trasferirsi nel lontano paesello di provincia dove potrà pagarsi un modesto alloggio?
La risposta non è affatto semplice e il rischio di generalizzare, come abbiamo visto, è altissimo, presente e palpabile, sicuramente un passo importante verso l’abbattimento del problema dei bamboccioni è la creazione di infrastrutture e di un clima sociale che attenui l’inevitabile retrocessione sulla suddetta scala.

Just my two cents

4 Comments

  • Jowah says:
    Mozilla Firefox 3.5.2 Windows XP

    Hai scritto un sacco di cose fighe e poi mi sei scaduto sul finale.

    “il fatto che io abbia vissuto in una città lontana (nemmeno troppo) dalla mia città natale, in una casa diversa dalla mia casa natale però pagata completamente dai miei genitori (quindi, de facto, una depandance privata della mia residenza eporediese) mi rende meno bamboccione di un trentenne che lavora ma vive a casa dei genitori perchè non ha voglia di trasferirsi nel lontano paesello di provincia dove potrà pagarsi un modesto alloggio?”

    Non tutti i posti hanno i trasporti fighi ed economici. Se uno lavora e si trasferisce in provincia come dici te deve affrontare un ulteriore quantita’ di spese non irrilevante, piu’ benzina, posteggi eventuale macchina se non si ha e menate varie. Se te trovi il modo di affrontare un eventuale casa da soli con uno stipendio normale fammelo sapere

    PS: Non sempre i genitori coprono le tue spese ma capita che sei tu che devi coprire le loro.

    • Lord Gara says:
      Mozilla Firefox 3.5.7 Windows Vista

      Come ho detto è un discorso complesso dove generalizzare è facilissimo.
      Qua a Padova per esempio io ho una stanza a 340 euro al mese a 15 minuti a piedi dal mio posto di lavoro (quindi costi di trasporto zero volendo) con tutte le spese incluse, lo scopo del post era affermare che, con un lavoro, è possibile, al costo di sacrificare il proprio tenore di vita passando dal vivere al “sopravvivere” però affrancandosi dalla casa di famiglia.
      Il problema è che esistono così tanti casi diversi che è impossibile fare un discorso sistematico da “legge” caratterizzate, per definizione, da criterio di generalità, da qua la dimostrazione del solito blablare a vuoto della nostra classe dirigente.

  • Jowah says:
    Mozilla Firefox 3.5.7 Windows 7

    Qui non ho trovato nulla meno di 500€

  • Ireland says:
    Mozilla Firefox 3.5.7 Windows XP

    E poi, a detta di Maroni io dovrei cercare casa a Venezia (dove per cifre assurdamente alte ti danno monolocali che crollano per l’umidità) perchè a 18 anni devo uscire di casa quando con 40 euro al mese posso fare pendolare in mezz’ora? Se mi prendevano a Firenze e non a Venezia potevo anche pensarci, ma così no, è una spesa in più davvero. Quindi se basta il mio e il tuo caso a confutare la teoria di Maroni, allora che sta a parlare?

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