Sceneggiata Napoletana

No, non mi sto riferendo all’omonimo pornazzo con Selen, sto parlando del teatrino che in questi giorni sta coinvolgendo il mercato dell’automobile in Italia.
C’è poco da fare, siamo a uno stallo: Marchionne minaccia di chiudere la maggior parte degli stabilimenti italiani perchè inefficenti, perchè produrre le macchine in Polonia, persino in Messico, secondo l’italo-canadese, e commercializzarle in Italia, costa meno che produrle in Sicilia (magia delle economie di scala!), mandando culo a terra qualche decina di migliaia di famiglie, dall’altra il governo aumenta la stretta sui testicoli del gruppo torinese minacciando di ritirare la seconda ondata di incentivi, trascinando ulteriormente nel baratro le vendite automobilistiche.
Oggi FIAT Group ha annunciato lo stop di tutti gli stabilimenti fino a Marzo a causa del crollo degli ordinativi che rende inutile proseguire nella produzione di altri modelli, nel frattempo, in tv ci martellano con l’edizione Nine della MiTo propinandoci il solito stereotipo dell’italiano mediterraneo ardente amatore pizza e mandolino unito a un auto che vale meno di quello che effettivamente costa; semplicemente irritante.
La situazione in tutto questo è quantomai controversa in quanto non vanno considerati unicamente gli stabilimenti di assemblaggio delle macchine, ma anche l’intero indotto, in quanto se si fermano le catene di montaggio si fermano anche le piccole aziende che producono tutte le componenti della macchina, dagli specchietti ai fanali.
E’ quindi auspicabile imporre le regole del libero mercato a FIAT, condannandola sulla via del risanamento più rapido e più facile, ovvero il trasferimento oltre oceano dove potrà sfruttare le fabbriche Chrysler e sfruttare la bolla verde introducendo in america il concetto di city car?
Se possedete un cospicuo numero di azioni FIAT la risposta è si.
Assecondando le mire espansionistiche ed efficientiste (e a mio avviso anche un tantino deliranti) di Marchionne, FIAT nel giro di qualche anno vedrebbe quasi sicuramente una nuova giovinezza collocandosi fermamente nel segmento medio-basso dove propone macchine tuttosommato affidabili, con ottimi motori (montati per altro su molti altri marchi concorrenti ma non ditelo in giro!) a prezzi accesibili (gamma Punto su tutte) mandando però al creatore altri marchi storici come Lancia, dove dopo l’uscita della nuova Delta (ma non potevano chiamarla diversamente? Dov’è la Delta in quella macchina?) non sono più stati fatti investimenti e solo ora, dopo l’operazione Chrysler, si sta vociferando di una berlinona di rappresentanza che potrebbe essere prodotta con il marchio sciccoso del gruppo.
Ma forse no.
Perchè in FIAT non c’è solo Lancia a fare la parte del terzo incomodo c’è anche un marchio dotato di grande forza, soprattutto oltre oceano dove gode di un fandom indiscutibile e una larga base di nostalgici nel Bel Paese: sto parlando di Alfa Romeo.
Il marchio, un tempo sinonimo di sportività e tamarrume, ora è sinonimo di inaffidabilità e problemi meccanici, e non basta l’iniezione di stile che è stata infusa nel nuovo corso aperto dalla MiTo e che verrà proseguito dalla futura Giulietta (anche qua, ma che c’azzecca? Va bene fare le operazioni nostalgia ma potrebbero scegliere meglio), l’acquisto di un’Alfa, se non si è nostalgici è un acquisto da fare con la mano ben ferma sulle palle sperando che non ti si rompa il cambio dopo 50000 chilometri o dio solo sa cosa.
Anche qua l’operazione Chrysler e la sua applicazione futura pedissequa potrebbe salvare sulal carta il marchio del biscione proponendo modelli nuovi su pianale Chrysler assemblati oltreoceano e dallo spiccato cipiglio sportivo mentre ora non sono ne più ne meno che delle FIAT taroccate.
Ma il fio da pagare? Ovviamente la chiusura degli stabilimenti storici, quelli di Arese (dove rimane ben poco) su tutti e un futuro dove il biscione non sarebbe ne più ne meno che un simbolo.
E’ successo a Lamborghini dopo l’acquisizione da parte di Volkswagen è, bisogna dirlo, ha funzionato, ma parliamo di altri segmenti, difficilmente vedremo più una Alfa a trazione posteriore per molto molto molto tempo. Diciamo pure mai.
Però i conti sarebbero salvi e comprare azioni FIAT oggi potrebbe significare, tra cinque anni, trovarsi con un bel plusvalore in portafoglio, un plusvalore costruitò però sulla disgrazia di decine di migliaia di famiglie.
Ritorniamo al che fare dunque…
Sicuramente il mantenimento degli stabilimenti in patria è oltremodo oneroso e l’attuale congiuntura economica non aiuta in un mercato già saturo come quello dell’auto dove le automobili vengono vendute a botte di incentivi governativi che ormai hanno assuefatto la popolazione che senza l’incentivo non compra.
Incentivi che comunque gravano sulle spalle dei contribuenti in ultima istanza, e non tutti i contribuenti interessa comprare FIAT, tipo me, prima di comprare una FIAT ne dovrà passare di acqua sotto i ponti e la prova ne è stata questa estate.
Prendiamo la FIAT Bravo: punta di diamante del segmento medio.
Ci sono salito, ho toccato i materiali, giocato con il cruscotto.
La sensazione è quella di una macchina costruita per apparire, non per essere, e in questo senso il Be Italian tanto urlato in queste settimane c’è tutto: le plastiche sembrano quelle dei Gundam che ho in casa, il picchiettare sulla plancia produce un tac che sa di risparmio anzichè un toc bello pieno che fa pensare solidità e qualità, il tutto a fronte di un prezzo che gravita tra i 18000 e i 20000 euro per gli allestimenti più corposi.
Saliamo sulla Civic (anche se avrei preferito compararla a una Auris, che però non ho provato) e, a fronte di una spesa simile, sembra di essere su un altro pianeta: le plastiche sono belle piene e foderate, il volante ti da il feeling di essere su una macchina di alta gamma e non su una utilitaria, il cambio si innesta con sicurezza e, per Dio, ho pure la pedaliera in alluminio che accontenta il tamarro che è in me.
E potremmo fare lo stesso discorso sulla MiTo che costa anche più della Bravo, e non provino a giustificarmela perchè c’ha il cuore sportivo e il manettino di derivazione Ferrari (ahahahahahahaah) che rimappa la centralina, quello è solo un giocattolo per sgasare al semaforo ammiccando alle tipe.
In sintesi far gravare la ristrutturazione della FIAT, a queste condizioni, sulle spalle dei contribuenti è una scelta che io personalmente non condivido, già che ci siamo perchè non calmieriamo le importazioni come fece l’america per salvare il suo indotto automobilistico negli anni 70 quando sbarcarono sul loro mercato le giapponesi mi chiedo…
Forse, se Marchionne capisse che FIAT non ha solo responsabilità economiche, ma anche tremende responsabilità sociali, si potrebbe parlare di riconversione e perchè no, anche di ridimensionamento del gruppo: dopotutto la Bravo e la futura Giulietta sono prodotti che si cannibalizzano tra di loro, perchè non cedere Alfa Romeo a qualche investitore straniero che restituisca al biscione la sua raison d’etre?
Un gruppo meno monolitico sarebbe anche più snello e si potrebbe contemporaneamente parlare di riconversione degli stabilimenti italiani secondo logiche di efficientamento e contenimento dei costi, va bene che l’operaio italiano costa di più, ma se la linea stessa non permette di generare volumi sostenibili è chiaro che alla lunga il costo fisso della mano d’opera si impenna.
Con soli due marchi popolari (lasciamo perdere Ferrari e Maserati), FIAT potrebbe mettere sotto il suo marchio il segmento popolare di fascia medio-bassa e restituire a Lancia il suo posto nel segmento medio-alto ridandole quella berlina di rappresentaza che attualmente manca (la Delta Executive come concetto fa ridere) e rivaleggiando sul segmento C con marchi come Mini.
Chiaro che una scelta simile si porrebbe in aperto contrasto con gli attuali trend che vedono il mercato globale dell’auto tendere all’accentramento verso tre titanici gruppi che gestiscono una moltitudine di marchi, oltre il fatto che gli azionisti non sarebbero molto contenti.
Che fare dunque? Torniamo sempre qua.
Forse per FIAT in Italia è ormai troppo tardi, un po’ come per Alitalia, forse il Marchionne sarebbe dovuto arrivare dieci anni prima, forse non sarebbe dovuto proprio arrivare e sarebbe stato memglio smembrare l’impero del Lingotto.
La risposta giusta è quantomai difficile da dare e, temo, non esista.

Just my two cents

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