Avete rotto i coglioni

Voi che sono tre giorni che spammate merda perchè non sono venuto alla vostra grigliata perchè GUARDACASO ho preso impegni altrove qualche mese prima e MI SPIACE se non sono giovane come voi che avete il mondo in pugno e siete fighissimi per quanto potrei stilare una lista di infamia chilometrica di ciascuno di voi… AVETE ROTTO I COGLIONI

Voi che non leggete le e-mail e poi venite da me per avere informazioni quando le avete già o in rete locale o nella vostra casella di posta… AVETE ROTTO I COGLIONI

Tu che decidi così dal nulla di andare in vacanza per un mese senza chiedere se magari PER SBAGLIO questo sparire via un mese quando puoi tranquillamente andare in vacanza quando vuoi perchè sei in PENSIONE e per questo mi mandi a puttane TUTTA L’ESTATE (che invece a me che lavoro dura due settimane), SI, SOPRATTUTTO TU, HAI ROTTO I COGLIONI

Signori, la pazienza e soprattutto le bestemmie sono finite.
Regolatevi, perchè ne ho veramente le palle piene di stare a novanta, sapete, la schiena, non è più quella di quando avevo 15 anni.

EDIT CVD mi ha appena scritto uno che bastava leggesse la mia mail di ieri sera per avere ogni dubbio fugato… E sempre come immaginavo aver scritto questo post non mi fa stare affatto meglio.
Fanculo, fanculo a tutti!

Teatrino

Ultimamente mi dolgo di scrivere veramente poco di mia penna, lasciando a scrittori ben più capaci il compito (ingrato) di veicolare le mie idee.
In questo giorno funestato da un pessimo tempo, una pessima sequela di eventi negativi ma che presto verrà irradiato della luce di Sigmar (ottava edizione di WHFB in arrivo tra meno di 3 minuti), trovo, per caso, in una rubrica della Gazzetta segnalatami da Google News, l’ennesima dimostrazione che la nostra sia la politica degli ignavi, delle bandieruole, di facili populismi alimentati dalla necessità morbosa di aprire bocca e fare spettacolo.
Mai come in questi tempi all’Italia manca una profondità storica e, in caso non mancasse, ben ci curiamo di voltarci dall’altra parte, dimenticandoci di passati per molti scomodi perchè, se non si stava meglio quando si stava peggio, per lo meno si avevano il coraggio delle proprie azioni, delle proprie idee.

Al di là del fatto che il rispetto dell’inno nazionale sia sacrosanto, e che quindi la Lega s’è spalmata la solita figura da contadini e minatori prestati malamente alla politica, i buffoni che tuonano contro questi altri buffoni (chi sia peggio sinceramente mi fa fatica dirlo, e non posso nemmeno andare a simpatia tabagica visto che sia Bersani che Bossi ci piace il Toscano) non si ricordano che, una volta, erano proprio loro che contestavano l’idea di “stringersi a coorte” e ai quali non piaceva molto “l’elmo di scipio”.

Quando la sinistra snobbava MameliJACOPO IACOBONI PER LA STAMPA

Ammettiamolo, non è che l’Inno di Mameli abbia sempre avuto tutti i difensori di queste ore, anzi. È stato sopportato, vissuto come uno stanco rituale, a volte apertamente osteggiato, talora irriso. Anche a sinistra.
All’ultimo congresso del Pci – marzo 1989, segretario Occhetto, presidente della Camera Nilde Iotti – per disattenzione stava per essere cancellata la norma che prescriveva di aprire ogni congresso con l’Inno, e solo dopo l’Internazionale e Bandiera rossa. E sapete chi salvò Mameli? Un dirigente dimenticato: «Su richiesta del critico musicale Luigi Pestalozza, è stata poi mantenuta nello statuto la vecchia norma (assente nella proposta fatta dalla commissione) che prescrive l’Inno di Mameli, l’Internazionale, l’Inno del lavoro e Bandiera rossa per le manifestazioni ufficiali del Pci».

«La verità è che l’Inno a sinistra, anche nel Pci, non appassionava nessuno», ricorda Goffredo Fofi. «Noi dei gruppi extraparlamentari ci sentivamo una retorica patriottarda, era usato nei film militareschi e parafascisti del dopoguerra… Cantavamo altro». Nel ’71 alcuni militanti gli chiesero se poteva aiutarli a riscrivere le parole dell’Internazionale di Franco Fortini. Come andò a finire l’ha narrato Cesare Bermani in Non più servi, non più signori: Fofi girò «su un foglietto rosa» il testo di Fortini a Luigi Manconi. Manconi lo riscrisse da capo, con gli slogan di Lotta continua. Oggi dice: «Non ricordo discussioni particolari su Fratelli d’Italia». Certo quella generazione, in piazza, non ci pensava minimamente a cantare Mameli. Le eccezioni erano poche. Luigi Pintor, per esempio, annotò nella Signora Kirchgessner: «Goffredo Mameli ha scritto un inno che dura da centocinquant’anni e non è poco. Aveva un viso triste e una grande barba, per sua fortuna non ha avuto biografi». Ma fischiatori sì. Valentino Parlato ora dice: «La verità è che gli inni sono tutti brutti, e parlarne nasconde i veri problemi dell’Italia. Noi del manifesto abbiamo sempre preferito Bella Ciao. Oggi se proprio devo scegliere preferisco Zaia a La Russa».

Fu Carlo Azeglio Ciampi, dal capodanno del duemila in poi, a iniziare una vera campagna per Riscoprire la patria (come racconta nel suo libro omonimo Paolo Peluffo). L’allora presidente rimase male quando, il 7 dicembre ‘99, Muti evitò – per «problemi tecnici», dirà – di suonare Mameli alla Scala. Così convinse Giuseppe Sinopoli a eseguire l’Inno alla fine del concerto di capodanno, dopo la Nona di Beethoven, l’1 gennaio del duemila. Fu un’apoteosi. Il Colle aveva commissionato due sondaggi riservati dai quali veniva fuori questo: l’80 per cento degli italiani apprezzava l’Inno; e nessuno accettava l’idea di sostituirlo. Musica odiata dagli snob, ma il popolo l’amava.
Uno studioso del movimento operaio come Marco Revelli conferma: «Se ce l’avessero chiesto a scuola, Mameli non l’avremmo cantato. In piazza lo contestavamo da sinistra in nome dell’internazionalismo. Non sapevamo neanche che era stato un eroe, e pure radicale, della repubblica romana…». Tuttavia anche la sinistra ortodossa non è che si «stringesse a coorte». Nel febbraio del ’97 Massimo D’Alema – caldeggiando “Un canto”, la nuova composizione regalata da Ennio Morricone al congresso del Pds – disse che l’antica norma nello statuto del Pci sull’Inno era solo «un’indicazione, un consiglio. Poi anche questo è caduto. Oggi diciamo che c’è maggiore libertà di esecuzione di musiche». Insomma, una canzone valeva l’altra. Il Pd di Veltroni suonerà invece Mameli alla fine di tutte le 110 tappe della campagna elettorale 2008. Ma all’epoca dei mondiali del 2002 L’Unità diretta da Furio Colombo scriveva nelle pagine culturali applaudendo i calciatori che omettevano di cantarlo. E nel correntone c’era chi (Gloria Buffo) sbuffava contro Mameli «usato come una clava».

Gli intellettuali storcevano il naso. Nel ’90 Va’, pensiero venne suggerito al posto di Mameli dal socialista Craxi, ma anche dal musicista radical Luciano Berio, dal filosofo Emanuele Severino, dallo scrittore Rigoni Stern, o dal sindacalista riformista Sergio Cofferati. Alcuni invece berciavano. Ancora nel 2003 i verdi (con Paolo Cento) e Rifondazione (con Luisa Morgantini) sono andati al Quirinale a fischiare l’Inno con la scusa di una manifestazione contro la guerra.

Non ci si può adesso lamentare solo della Lega. Giulio Andreotti raccontò che dopo il referendum sulla repubblica occorreva formalizzare l’Inno come «inno nazionale». Non se ne fece nulla. Il divo Giulio nel 2002 confesserà: «Io lo sopprimerei immediatamente, l’Inno. Quell’“elmo di Scipio”, quel “s’è cinta la testa”. Retorica insopportabile. Meglio il Nabucco». Non si sa chi l’aveva tolto dalla Carta, ma nella seduta più lunga della storia parlamentare – quella del 18 marzo ’49 per l’adesione alla Nato – alla fine volarono insulti. Gli stenografi annotarono: «All’Internazionale intonata dai banchi comunisti si contrappone l’Inno di Mameli». Come se fossero musiche di partito. Da questo veniamo. Fazioni. Bossi è arrivato molto, molto dopo tutto questo. -

Nei secoli fedele a Lady Oscar

Spessamente vengo dileggiato per il mio attaccamento verso l’animazione giapponese.
C’è chi lo riduce a un fatto meramente estetico, c’è chi lo liquida come una bambinata, sinceramente fottesega e aggiungo anche batteilcazzo.
Ho trovato però qualche giorno fa un bellissimo articolo su La Stampa che riporto qua sotto il quale, a mio avviso, sintetizza la ragione per cui l’animazione giapponese, almeno quella degli anni 70 con la quale siamo tutti cresciuti, sia meritoria dell’attenzione e della passione che gli dedico settimanalmente (anche se non più come un tempo).

Nei secoli fedele a Lady Oscar
La generazione cresciuta negli Anni 80
con i cartoni giapponesi: l’alternativa a Barbie, la forza del racconto
mitico, che non illudeva i ragazzi, ma li scagliava di fronte alla realtà

di Antonio Scurati

Il giorno della morte di Lucien De Rubemprè fu il più tragico della mia vita. Così ebbe a dire, più o meno, Oscar Wilde. Il giorno in cui André strappò (finalmente) la camicetta a Lady Oscar fu il più conturbante della mia pre-adolescenza, l’ultimo della mia infanzia. Così potrebbe dire chi scrive. E ci passa una bella differenza, potrebbero dire in molti. E avrebbero tutti ragione.

Noi appena quarantenni siamo cresciuti con la versione tv di Sandokan, quella ancora cartacea dell’Uomo Ragno e con i manga giapponesi. Una volta divenuti adulti ce li siamo ritrovati ancora lì, al centro di revival televisivi, di remake cinematografici o di superfetazioni pornografiche. Per questo motivo, personalmente, non amo il culto esteriore del pop (è esteriore quando è culto intellettuale) e la nostalgia di massa dell’infanzia televisiva perduta. L’infanzia è un incubo se non finisce. Una notte senza fine, se non la lasci in eredità ai tuoi figli bambini.

Eppure, quando gli organizzatori di «Collisioni» mi hanno chiesto di scegliere se dialogare con Yehoshua o con la creatrice di Lady Oscar, non ho avuto esitazioni. «Lady Oscar tutta la vita!», ha urlato qualcosa in me, dal profondo. Come molti della mia generazione, ho amato Lady Oscar, ho sofferto per la fedeltà incondizionata di André e la cocciutaggine di Oscar nel rifiutare il suo amore. Ho adorato quel suo corpo affilato, la sua pelle di un bianco siderale, occultata da abiti maschili e proprio per questo ancor più teneramente femminile, baluginante all’improvviso quando la spada lacerava i vestiti per snudare le forme glabre dei seni minuti.

Ma non fu tutta e solo psicologia dell’età evolutiva. Lady Oscar giunse a noi in un’Italia dominata dai film di Jerry Calà, dal disimpegno craxiano, dallo sdoganamento del porno, di Cicciolina e del pelo pubico ostentatamente incolto. Era l’epoca declinante del night, dell’omicidio Mattarella e delle stragi di Stato. L’alba dei telefilm americani ostinatamente stupidi, del dio dell’intrattenimento e del consumo di storie. E in quel mondo in cui tutti giocavano, col sorriso isterico e raggelato in volto dalla guerra fredda, si faticava a essere seriamente un bambino.

Di fronte a pubblicità in cui sfilavano bimbette con le unghie dei piedi dipinte e la lingua che passava lascivamente su lucenti apparecchi odontoiatrici, in quel mondo televisivo in cui nessuna storia parlava sul serio allo spettatore, i cartoni giapponesi portarono un’estetica dirompente. Le ninfette tristi, dagli occhi immensi, dal profilo quasi gotico, i piedi minuscoli, i rossori violenti nelle guance, in una stagione che straripava di tette e culi, di corpi satolli della propria abbondanza, soffiò un anelito di spiritualità esotica, forse il vano tentativo di sopravvivere al presente in un mondo di consumatori. Sicuramente, portò l’incedere lento e maestoso delle grandi narrazioni, l’ansa mitica del racconto, il punto in cui la curva del fiume sbocca nel mondo adulto.

Fu un inedito fenomeno storico. La prima volta che a colonizzare l’immaginario globale fu il Giappone, una nazione sconfitta. Fino ad allora, gli Stati Uniti, l’unica nazione uscita vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, aveva fatto sbavare due generazioni postbelliche di sconfitti di tutto il mondo sulle cosce tornite delle sue donne, sui suoi hamburger, sulle sue automobili. Da noi, fuori imperversava ancora la moda del paninaro e già Silvio Berlusconi, ancora senza faccia, ma forse, proprio per questo, perfino più potente, come uno Jahvé non incarnato che parlava per bocca di comici da strapazzo, di pubblicità Mulino Bianco e dei quiz televisivi okilprezzoègiusto.

Fu nel mezzo di questa canea rauca che irruppe la pura forza del racconto mitico dei cartoni giapponesi – L’uomo Tigre, Capitan Harlock, Lady Oscar, Ken il guerriero. Erano brutti se paragonati a quelli di Walt Disney, tanto amati dalle mamme imbroglione Anni 80, desiderose di rifarsi il seno per essere più procaci, più mignotte, e di lasciare, poi, il bimbo alle cure di un cerbiatto o di un elefantino. Ma proprio per questo i bambini degli Anni 80 segretamente li amavano. Amavano il sapore salato del sangue, amavano la gravità di quelle storie giapponesi perché in esse, miracolosamente, non aleggiava l’idolatria irenista che fu il tratto caratteristico dell’epoca. Da quelle storie non si sentivano presi per i fondelli. In quelle storie, spesso atroci, c’era gente che moriva in combattimento. C’era la continua minaccia dell’esplosione nucleare provata sulla propria pelle. C’erano grandi tradimenti, forti passioni. C’era Oscar, la vergine guerriera che ammalata di tubercolosi, barcollante sotto la pioggia del 1789, si ostina ad assaltare a cannonate la Bastiglia e muore, lei grande aristocratica, falciata dalle pallottole lealiste mentre il suo Andrè, il figlio del popolo ormai cieco, è già spirato tra le sue braccia, senza poterla vedere un’ultima volta prima di scendere nel gelo della morte.

I cartoni animati giapponesi furono gli unici prodotti di consumo per l’infanzia capaci di affrontare questioni morali fondamentali. Quegli eroi legnosi, intrisi di Bushido, ma sempre comprensibili nella loro lotta integerrima contro il male, come lo erano stati i personaggi di Jack London o di Kipling, offrivano conflitti psicologici seri, drammi edificanti, passioni erotiche travolgenti, tutto quello che il merchandising sull’infanzia nato proprio negli Anni 80 impediva di provare a un bambino. Lady Oscar non era la Barbie.

Quei cartoni morivano, quei cartoni soffrivano, provavano desideri carnali e passioni ideali. Come i bambini, quei cartoni erano capaci di sentimenti, e per questo sanguinavano, lottavano, si tagliavano. I manga giapponesi diventarono così, negli Anni 80, ultimo albergo dell’anima infantile, e restituirono all’infanzia la sua sconfinata tristezza. Il sentimento più sacro e intoccabile provato dai bambini.

Ora se permettete torno a augurare una buona sequela di tumori maligni con metastasi annesse allo stronzo che non vuole farmi il cid perchè secondo lui i rappresentanti della mia assicurazione l’hanno trattato male, possa morire lui e tutta la sua famiglia di una morte lenta e dolorosa.

Giugno

Ridendo e scherzando siamo arrivati al primo di Giugno.
Data davvero notevole se si pensa in quanto poco tempo si è raggiunto il metà-anno a questo giro… Normalmente Giugno sembrava una distanza titanica da raggiungere, poco più di un miraggio in lontananza, mentre se mi guardo indietro a me sembra di essere si e no a Marzo non fosse per le giornate soleggiate fino alle 20.30 e il caldo.
Questo perchè?
Semplice, perchè ormai siamo fieri membri produttivi (qualcuno sosterrebbe il contrario) della società dei consumi e quindi si perdono tutti quei benefit che si aveva con l’arrivo della bella stagione.
Sicuramente nella Somma Enterprise Consortile di Padova i ritmi rallenteranno, stanno già rallentando, ma ciò non toglie che, mentre anche solo due anni fa il sottoscritto, esami a parte, era già quasi in fase da panciolle sul divano, si ha immediatamente evidenza di quanto ti cambi la vita lavorare.
Non sono ancora sicuro che questo sia un cambiamento in meglio o in peggio, per ora, vacanze a parte ho trovato solo pro, e di questo me ne vanto.

Circa il capitolo vacanze sono ancora piuttosto in alto mare, la pianificazione procede a stenti, penso che al massimo farò una settimana corta a Luglio e le rituali due settimane agostane e poi riprenderà il classico tran-tran fino al ponte dei santi che dovrebbe essere speso con la classica trasferta a Lucca dopo… tre anni di assenza?! Possibile? Forse sono solo due… Boh.

E in tutto questo devo anche ricordarmi che questo mese c’è l’ultima tranche di affitto di Milano da pagare, dopodichè dirò addio al capoluogo lombardo fino a data da destirnarsi… Quanta tristezza, non avrei mai pensato che sarebbe andata a finire così, e invece… Sarà meglio che spenda qualche ultimo weekend a Milano anche per iniziare a impacchettare tutta la robba che verrà ripartita tra Padova e Pavone… Sigh.

Ultimi buoni propositi per questa seconda metà dell’anno: imparare ad andare in moto e, già che ci siamo, facciamoci male e prendiamo il foglio rosa, così almeno avrò una deadline seria per prendere la patente A e l’agognato motociclo circa il quale spenderò qualche parola molto prossimamente anche perchè tra Agosto e Marzo le mie finanzie verranno percosse prima da assicurazione e bollo per la Civic, dalle vacanze e dalle tasse poi, speriamo di reggere il colpo.

Ho finito i punti importanti di cui parlare, quelli meno importanti arriveranno nelle prossime settimanee riguarderanno molto probabilmente due recensioni di manga, tanto per far sembrare questo un blog impegnato nell’informazione.

I nuovi profughi

In un mondo che sempre più difficilmente riesce a stupirsi davanti a crisi e catastrofi, il buon Gramellini (che sarà anche diventato un comunistello militante alla corte di Fazio), ogni tanto si ricorda di essere un grande giornalista e riesce ancora a tirarmi fuori quelle piccole perle che al liceo mi facevano sognare di diventare giornalista…

…Poi le cose sono andate diversamente… Oh beh…

I PROFUGHI DELLO YACHT

Ai lettori che vivono con preoccupazione la crisi economica vorremmo segnalare un dramma nel dramma. Quello di Elisabetta Gregoraci, moglie di Flavio Briatore e mamma del di lui erede, Falco Nathan. «Al mio piccolo manca lo yacht», è il grido di dolore che la donna ha affidato a un settimanale. «Da quando siamo stati costretti ad abbandonare la barca, il bambino piange spesso, non è più sereno come prima». Segue un racconto dettagliato e crudele: dopo la nascita del pargolo, la famiglia Briatore è costretta ad accamparsi su uno yacht con 12 persone di equipaggio e 63 metri di parquet. Una sistemazione di fortuna, in attesa che finiscano i lavori della nuova abitazione, che sorgerà in località defilata: Montecarlo. Ma ecco sopraggiungere i finanzieri a sirene spiegate, con l’accusa di contrabbando e frode fiscale. I profughi dello yacht devono scendere a terra e riparare in un attico di Londra, dove il clima è meno mite e il pavimento neanche ondeggia.

Siamo sicuri che milioni di donne si immedesimeranno nell’incubo della signora Briatore. È tale il terrore che i loro figli possano soffrire il trauma della perdita dello yacht che hanno preferito abituarli fin da subito a condizioni di vita meno precarie: una culla ricavata nella stanzetta della nonna. Da parte nostra – oltre a offrire al piccolo Falco Nathan la più incondizionata solidarietà per i decenni a venire – ci domandiamo se la sua mamma abbia una minima percezione della realtà che la circonda. Ma forse sullo yacht si captava soltanto il Tg1.

Il prezzo dell’ipocrisia

L’ipocrisia ha un prezzo, è ufficiale, lo comunica oggi Il Corriere della Sera.
Il prezzo è quantificato in un importo oscillante tra i 2,5 e i 2,7 MILIONI di Euro (giusto per dare una dimensione della somma parliamo del 9,64% dell’importo della nuova manovra finanziaria che sarà varata dal Governo quest’anno) di buona uscita, più un contratto di collaborazione di circa sette MILIONI di euro (25% dell’importo della futura manovra fiscale di cui sopra) per la realizzazione di sette docu-fiction.
Non stiamo parlando di James Cameron, ne di Michael Moore, non siamo a Hollywood, siamo in RAI, stiamo parlando di Michele Santoro e stiamo parlando di soldi pubblici prelevati dalle tasche dei contribuenti tramite quell’odioso canone che sempre meno ha senso pagare; soprattutto da oggi.
Si perchè il signore in questione, paladino degli oppressi, difensore del proletariato, teorico del giornalismo d’assalto alla vecchia maniera, non avrà sicuramente buon gusto nel propinare i suoi discutibili documentari fatti di aggregati di umanità sullo sfondo a mo di Quarto Stato in cui vengono snocciolati dati che difficilmente danno luogo a un contraddittorio credibile (dopotutto non è assolutamente il suo intento fare un contraddittorio credibile, quanto piuttosto sostenere la sua narcisistica tesi), ma non gli manca certo il senso del business nella sua accezione più capitalistica.
Perchè dopotutto restare dipendente della Berlusconissima tv di stato quando puoi fare il collaboratore in modo da avere un collare meno largo? Male che ti vada puoi sempre saltare da un canale all’altro millantando editti bulgari!

Sinceramente, si parlasse di qualsiasi altra personalità televisiva la faccenda non mi tangerebbe minimamente, sono numeri che mi aspetterei da una Simona Ventura qualsiasi, ma quando vai in tv a fare il crociato, con i tuoi inviati che si atteggiano a giornalisti sfigati che ardono di passione per il giornalismo quello vero, quello sanguigno, quello che ti porta a essere pestato, quello che ti sbattono le porte in faccia perchè fai domande scomode e poi sei lì a strappare simili cifre (di soldi nostri), sinceramente, perdi qualsivoglia credibilità (non che prima ai miei occhi ne avessi alcuna, sia chiaro).

In tutto questo spendere e spandere da parte del cosiddetto Servizio Pubblico (ma non era imbavagliato dal governo? Ohibò!), non mi stupirò assolutamente se il dott. Travaglio non dedicherà parola alcuna nei suoi videointerventi su You Tube, e nemmeno mi stupirò se l’altro grande paladino degli oppressi, nonchè amico del dott. Travaglio che alla fine è un po’ l’Emilio Fede di Santoro, non sprecherà un paragrafo sul suo blog.

Alla fine, semplificando ai minimi termini, non è altro che uno scontro di cricche.
Se non altro, per lo meno, certe persone non cercano di nascondersi dietro a ideologismi da rivoluzionari sessantottini lasciando il Rolex d’oro nel camerino.

Dio è morto

10 Luglio 1947 – 16 Maggio 2010.

Qualsiasi altro commento è assolutamente superfluo.
Chiudo questo necrologio con una canzone che forse non è tra le sue più famose, ma è una delle mie preferite.

Does Android dreams of market quotes?

Premessa: Il presente articolo vuole essere un punto di vista del sottoscritto sull’attuale stato della piattaforma Android.
Contiene informazioni che il 95% dell’utenza conosciuta di questo blog troverà noiose e inutili in quanto, secondo i più, un telefono che fa altro a parte telefonare è un inutile spreco di denaro e non ha senso d’esistere, figuriamoci poi quelli dotati di touchscreen, veri e propri parti del dimonio.
Per tutti gli altri… Buona lettura

(more…)

Malinconoia

Se arrivo a citare Masini è perchè siamo messi veramente male.
Premetto che questa sarà una bloggata un po’ vecchio stampo e prevalentemente lamentosa.
Si è appena concluso un incontro con il GigaWuberCapo che era qua per portare a casa un bel progetto gustoso che sarebbe molto interessante da seguire ma, quel che a me interessava, era carpire possibili aperture a ovest: essì, sto un po’ perdendo la pazienza e devo fare i conti con una specie di contrappasso che mi ha portato a riconsiderare molto le mie posizioni sulla mobilità.
Ma andiamo con ordine.
Secondo giorno di assenza di Unohana-taicho, pare che ultimamente non goda di buona salute e speriamo che non sia nulla di grave e/o contagioso.
In sua assenza, se non ci sono novità negli altri gruppi di lavoro, per il sottoscritto significa una giornata di sfanculo totale nella SignificativaEnterpriseConsortile di Padova.
Due giornate di sfanculo totale con internet castrata di un buon 60%, però, non sono cosa buona perchè ti rimettono in moto le rotelle del cervello e ti portano naturalmente a farti quelle domande ataviche del tipo “chi siamo?” “dove andiamo?” “che ne farà di noi?”… Quest’ultima è da leggere con la zeppola mucciniana.
Fino a un anno fa mi incazzavo con i miei compari del MASI che venivano da giù quando si mettevano a frignare che stavano meglio a casa loro, che voglio andare a casa, che qua è tutto grigio, che oggi ora tutte le settimane mi faccio il biglietto per scendere, e così via discorrendo.
Mi incazzavo sia per un discorso di “ma allora chi te l’ha fatto fare?” (che tutt’oggi rimane in piedi, visto che comunque la loro è stata una scelta volontaria e non imposta), sia per un discorso di “madonna ma c’hai quasi trent’anni cosa fai? Ti manca la mamma?”.
Ora, non dico che mi manca la mamma, sono abituato a vivere lontano dalla famiglia da quando ho sei anni e sinceramente non è questo il punto.
Mi sto mordendo la lingua perchè, effettivamente, io, lontano da casa non ci sono mai stato davvero.
Insomma, Milano è a un’ora e mezza di macchina (qualcuno sosterrebbe cinquanta minuti) da Ivrea.
Quando le ore da una diventano tre, però, iniziano a girarti le palle, e il distacco si fa sentire: dalla tua terra, dal tuo giro, dai tuoi progetti.
Si, ecco, parliamo anche dei miei progetti.
Era tutto stabilito: casetta fuori Milano e un lavoro a Milano così si poteva mischiare il vivere nella tranquillità con il vivere nel cuore del business italiano… Al prezzo di tre ore di coda al giorno probabilmente ma per problemi di questo tipo una soluzione c’è.
Ora no, ora sono qua. Dovevano essere tre mesi, sono stati prorogati, sono contento perchè significa che il mio lavoro è apprezzato, ma c’è sempre questa precarietà sottostante che mi frena dall’anche solo provarci a costruire qualcosa qua a Padova.
Oltretutto la sistemazione che ho attualmente è buona, discreta diciamo, ma non ci posso certo passare ANNI in quella mansarda.
D’altro canto, già praticamente vivo unicamente tra casa e lavoro, se a questo ci aggiungiamo che poi tornerei in una casa VUOTA (posto che trovo uno che me la affitta), insomma, penso che dopo qualche mese i sparerei sulle palle.
Bene o male tutte le volte che incrocio il GigaCapo glielo faccio capire che a Padova, per quanto lavorativamente si vada alla grande, ci vivo male, lui più o meno l’ha capito, ma, sinceramente, dubito che QUEL posto mi verrà mai assegnato… Sicuro però che a Dicembre la richiesta ufficiale parte.
L’unica cosa, e qua parte veramente il paradosso, è che se mi dovessero spostare, metti anche che mi spostino a Torino in QUEL posto, un po’ sarei scontento perchè con i miei colleghi emigrati mi ci trovo troppo bene.
E’ proprio vero che la condizione umana si basa sulla perenne insoddisfazione…
E in tutto questo la lezione è che a furia di desiderare la mobilità, quando questa ti colpisce, non è tutto rose e fiori e dinamismo yuppistico come te l’eri immaginata.
E’ disorientamento, la terribile sensazione di non riuscire ad avere radici da nessuna parte, e la strisciante, orribile, stupida idea che, sotto sotto, a fare un cazzo a Cesano Boscone per 500 euro al mese, si stava meglio.
E se siamo arrivati a questo punto, non possiamo altro che picchiarci sulle palle e darci dei coglioni, sperando che l’anno nuovo sia forirero di novità, nel frattempo speriamo che Unohana-taicho torni presto, mi dia un casino da fare, e che a Maggio-Giugno vada tutto liscio che quel weekend lungo a fine maggio me lo voglio troppo sparare.

PS Se non si fosse capito non mi sto lamentando del lavoro che ho, mi sto lamentando di come la mia figura professionale sia utilizzata… E’ ben diverso u.u

Un mondo multitask è possibile?

A sentire i telegiornali sembra che la società sia un sistema operativo Single Task.
Esatto, da quel punto di vista siamo rimasti fermi a DOS, o, se preferite, alle prime shell Windows visto che almeno qualche sfumatura la intravediamo.
Eppure è ufficiale: la società non riesce a pensare a più di un problema alla volta senza una vista organica d’insieme.
Dopo i ccciovani che bevono e si ubriacano, dopo i ccciovani che vessano i loro compagni più deboli, dopo la simpatica variante delle cccciovane che vessano i loro compagni più deboli (la vogliamo sta cazzo di parita o no?!)… I CCCCIOVANI CHE SI PIMPANO I MOTORINI!!!!!

No, cioè, fatemelo dire, siamo proprio alla frutta.
E’ bastato un periodo di stanca della notizia dopo il polverone elettorale per sollevare una ondata di indignazione mediatica verso queste nuove generazioni allo sbando così carica di novità che puzza già di decomposizione; in un certo senso sono contento che ora sia scoppiata la crisi afghana (un pensiero va a quei tre poveracci inconsapevoli complici di chissà che giochi di potere, spero possano tornare presto a casa) in modo che forse non si spenderanno altre parole su questa faccenda.

Plachiamo un attimo gli animi da giornalista mancato e da opinionista fallito.
Sono sinceramente dispiaciuto che due ragazzi siano morti, il fatto è che sarebbero morti anche in sella a un cinquantino o forse, forse, sarebbero rimasti vivi ma paralizzati a vita, in ogni caso la cosa non sarebbe finita bene.

Quello che mi fa incazzare è il fatto che si sia montato immediatamente un caso mediatico che ha addirittura avuto risvolti politici!
Cioè, ma siamo pazzi? Servono due morti in un periodo in cui non c’è una cazzo da dire per SCOPRIRE (no cioè mi fa davvero ridere) che una buona fetta di quattordicenni c’ha motorino o macchinetta con l’espansione alla marmitta?! E che questo permette a sti cosini di arrivare alla pericolosissima velocità di ben… 75 KM/H?! Per Dio, ai miei tempi l’SR Aprilia con la marmitta di serie senza strozzature prendeva gli 80 senza battere ciglio e il mio Phantom a mezzo serbatoio i 70 li ha sempre fatti!!! E ora ci schockiamo?! Gridiamo alla necessità di un esame pratico anche sui cinquantini?!!!
Che poi lol, esame pratico, c’è ben poca di pratica necessaria, giusto le macchinette uno dovrebbe imparare a fare le manovre elementari di posteggio ma non serve un istruttore che mi insegni ad andare in motorino visto che non ci sono marce, frizioni, pedivelle e roba buffa come sulle moto.

Sono sinceramente seccato da queste continue “scoperte” sui ccciovani che non sono altro che minestra ribollite che riemerge dal fondo del marmittone, robe vecchie come il mondo che devono essere fatte passare per nuove, segnali del costante degrado della società perchè ora la gente posta i video delle penne su You Tube.
Sono cose che facevano i nostri genitori, sono cose che abbiamo fatto noi (anche se io non sono mai riuscito a impennare nemmeno in bici), sono cose che faranno i nostri figli e così via all’infinito perchè fanno parte di quel processo di rimbecillimento che si chiama adolescenza.

Semplicemente oggi le cose sono più trasparenti per chi sa dove cercare ma non nascondiamoci dietro un dito, perchè i 200 euro di espansione non se li paga il ragazzo con la paghetta (oddio di questi tempi però non mi stupirebbe che un quattordicenne girasse con 300 euro in saccoccia al mese) e se i genitori acquistano mezzi che sono intrinsecamente pericolosi senza una attività sottostante di responsabilizzazione (mio padre non mi ha fatto nemmeno accendere il Phantom finchè non gli ho dimostrato che sapevo metterlo sul cavalletto), montare il caso mediatico e politico e riversare la colpa sui ccciovani equivale a nascondersi dietro un dito.

Pessimismo e fastidio, non vedo l’ora di assistere a un cambio generazionale sperando di riuscire definitvamente a lasciarci alle spalle sti ex-sessantottini; sono dell’idea che quando erano cccciovani loro abbiano fumato qualche decina di canne di troppo.

« Previous PageNext Page »